(SEGUE) 

… cara avrei voluto scriverti prima, ma la settimana è andata fuori dal mio controllo, oggi ce l’ho fatta a buttare giù degli appunti, sono appunti, nient’altro, anche chiacchiere e qualche esempio, a presto, anch’io ti leggo quando torno a, che ne dici di deframmentazione, d’après, tema e ispirazione sono pertinenti alla creatività e al pensiero che sta alla base di una biografia d’artista alternativa, poi potremmo pensare di coinvolgerla in un’azione forse, visto che non vuole parlare, ciao, …

… la pietà dell’angolo è il più alto di tutti i bassissimi sentimenti morali che nutrono la coscienza estetica del suolo, la quale ha fame di tutto e gode soprattutto dei disastri, i quali avvengono sempre lungo la linea che accosta le due pareti di quel che vivere o dire non si doveva e di quel che vivere o dire non si riusciva, le quali pur essendo infinite accorrono alla finitezza angolare della camera, la quale ora dopo ora vede l’arrivo dei segni da ogni parte del linguaggio, i quali hanno pochissimo tempo per indicare da dove a dove il peso delle cose, le quali fino a quel momento non sembravano essere pronte alla forza di gravità, la quale interessa ogni aspetto dell’esperienza sia vigile che allucinatoria, dall’aria alla polvere ai rapporti umani all’istinto di sopravvivenza, il quale si chiarisce immediatamente non appena si prova la terra, la terra in teoria muta e fredda, la superficie di scontro in pratica piena di voci, le quali suggeriscono una prima direzione che nonostante l’aria infinitamente uguale a se stessa e l’assenza di riferimenti orizzontali e verticali si afferma come la direzione naturale, cioè giusta vera assurda e inevitabile, la quale nel suo concetto ovviamente racchiude uffa la determinazione uffa le istruzioni precise uffa della sua morte uffa et uffa e rigenerazione nel suo contrario uffa probabilmente uffa attraverso la pittura uffa et amen …

… ciao, ti scrivo per chiederti un paio di belle immagini, in altissima definizione, da inserire nel, c’era solo una paginetta da leggere messa su un vecchio file personale che va buttato, non letto, vi rimando la parte da leggere, se non l’ho già fatto, rileggendo il documento che mi avete mandato penso, eventualmente, mi sono venuti in mente altri artisti che hanno attraversato varie linee d’ombra, e lascerei perdere le mie storielle …

… attraverso la pittura, se solo si fosse potuto attraversare la pittura, ma in quegli anni era chiaro che per certa gente la pittura era off-limits, un terreno minato, le sabbie mobili, c’era stata la malattia dei linguaggi, che era durata oltre la guerra, né vinti né vincitori, ma le tecniche intanto ne erano uscite devastate, solo i cretini continuavano a far finta di niente, non ci si poteva più fidare delle espressioni, a ogni tentativo di forma seguiva il pentimento, la forma delimitata, la forma chiusa di senso inquadrato era finita, il problema era proprio l’inquadramento, il problema era aver potuto minimamente pensare che si potesse chiudere una superficie in se stessa destinandola all’esercizio dello sguardo, la vergogna era tale che nessuno se la sentiva più di appendere i quadri alle pareti, quelle mani te le faccio cadere la prossima volta che appendi un quadro al muro, se ti eri sbattuto contro un piano, un tipo di suolo o di pavimento, se per disgrazia avevi conosciuto la violenza della forma delimitata sia orizzontalmente che verticalmente, l’impatto della testa contro il piano, l’unico approdo allora era l’angolo, dove avevi l’illusione di un’apertura e che nessun contenuto ti potesse colpire alle spalle, ma la verità era che non riuscivi più a staccarti dall’intersezione storicamente crudele tra esistenza specifica, che però non voleva affatto dire specificamente proprio la tua, e esistenza in generale, che però non voleva affatto dire in generale anche la tua, …

… caro, oggi è stato un piacere conversare con te e ascoltarti parlare di, sono molto felice anche di aver visto i tuoi disegni e penso che, un lavoro denso di, ne ho già parlato a, che conoscerai in un’altra occasione, e che ci legge in copia, ecco l’indirizzo a cui potrai spedire ciò che vorrai offrire alla riflessione, per ora a parte tutto, la pioggia, il fiume, la solitudine del borgo, hanno accompagnato i viaggianti nel flusso continuo dei linguaggi rendendoli, sì, viva la pittura, almeno per il momento, poi si vede … 

… volendo, un disgraziato, che per fare impressione fingeva la fine del mondo per esempio, descritta dall’interno di un buco di memoria, nel muro della casa, nel linguaggio in generale, da cui era incapace di venire fuori, farfugliava, esagerava i significati, le visioni, la mancanza d’aria che invece era una semplice mancanza di motivi e spiegazioni logiche, indicabili, riguardo alla sua posizione umana, provò infatti a morire una dozzina di volte, almeno un paio di volte precipitando dal tetto, così aveva creduto, ma era ovviamente caduto dalla sedia, solo che ovviamente per lui significava tragicamente e assolutamente, fu per vergogna che si affezionò al punto di vista dei vermi, nella casa dove ottenne rifugio i primi anni strisciava sul pavimento, dormiva sotto il tavolo e si accucciava nel fogliame del bosco, che aveva pure trasportato all’interno e accumulato negli angoli, faceva un gran sforzo a sentire e a percepire, leccava le muffe per questo e si metteva il muschio sotto il labbro inferiore e la cenere di quercia sotto il labbro superiore, rilasciava una saliva profumata con la quale inumidiva le mattonelle, i fogli di carta da disegno e di carta da imballaggio e i quaderni su cui appuntava le teorie della salvezza, anche il piscio, lo sperma, il sudore erano conseguenza dell’aver impostato la vita alla morte dell’arte e la morte alla vita dell’arte, così aveva creduto, i primi anni dopo l’accaduto aveva ripetute visioni del precipizio e rimaneva ficcato nelle allucinazioni, poiché non era buono a concepire il precipizio serenamente, sorridentemente, se arrivava a un qualunque confine, sia di forma sia di materia, di là c’era immediatamente il precipizio, senza possibilità di misura, senza possibilità di mediazione, così aveva creduto, per esempio il piatto dove mangiava era un problema, la scatoletta con l’avanzo di aringhe, la salsiccia davanti a cui tirava fuori una penosa armatura di concetti, ebbe diverse opportunità di essere un altro, ci riuscì a un certo punto …

… cara, come ti accennavo l’ultima volta che ci siamo incontrate, ti mando il progetto, quattro incontri che a partire da, ossia il momento oscuro e indefinito del passaggio all’età adulta e alla consapevolezza, ruotano attorno ad argomenti quali formazione, trasformazione, strategie di sopravvivenza, costruzione di sé, identità e mitologie che riguardano, ciascun incontro prevede interventi, con opere di varia natura, i contributi di alcuni, e testimonianze da parte di figure, il progetto sarà documentato, ci piacerebbe molto inserire il lavoro di, in questo contesto, avremmo già pensato anzi alla sua collocazione in una giornata dedicata a buio oscurità, il momento del passaggio verso, in cui tutto è possibile, mi sembra calzante per, e abbiamo pensato alla proiezione di, e come ti dicevo vorrei anche cercare materiali da inserire nel, che rappresenta l’altro livello del progetto, stiamo già predisponendo in modo che sia operativo a natale, l’ideale sarebbe incontrarci un giorno, fammi sapere, un grande abbraccio, …

… una ricognizione articolata in, dove la figura emblematica è evocata, prima di tutto, come personificazione di una totale continuità tra esistere e creare, tra pensare e disegnare, tra esperienza e forma poetica, poi, come artista che più di ogni altro rappresenta l’estrema formulazione e la fine dell’idea romantica di, forza sciamanica e genio popolare, infine, come personaggio al centro di una doppia narrazione, a un certo punto e certamente al di là del suo desiderio, un ambiguo e popolare oggetto di culto, degno ad un tempo di due tipi di distacco, la devozione e l’ironia …

… buongiorno, il tempo è tiranno e non siamo riusciti a sentirci, ti dico allora qui alcune cose in vista di un nostro incontro che spero davvero prossimo, magari tra giovedì e domenica della settimana prossima, in questa prima fase del progetto, sto incontrando individualmente gli artisti, cercando di mettere a fuoco un elemento che possa stare nel discorso, e relazionarsi con, la quale procede in modo dialogico man mano che si dà occasione di un colloquio o che si mettono a disposizione dei materiali, tutto ciò si svolge in costante comunicazione con, che ha una visione completa del progetto, dei vari contributi e del mio rapporto ad essi, …

… evidente trasfigurazione di un trauma spirituale, messa in atto di una crisi esistenziale e rito individuale di passaggio, che coinvolge attori e circostanze reali, questa fu la parabola dell’incidente, la disavventura sarebbe stata un’utile spiegazione a quanti gli chiedevano il perché di una sedia ricoperta di grasso o di un pianoforte rivestito di feltro, fungendo così, quella parabola, da mito di fondazione del suo destino artistico, nonché da specchio per interpretarne l’opera, il racconto funzionava, inoltre, come azzeramento dell’esistenza e sua riformulazione in chiave narrativa, sicché, dopo quella parabola, il lavoro fu quello di darle un seguito, protraendola nel presente a salvaguardia del senso originario, che andava coltivato e ridefinito, e tenuto in equilibrio come un sistema autopoietico, c’è questo scambio primitivo tra esperienza e simbolo, accadimento e linguaggio, che rimanda costantemente a, qualcosa accadde che lasciò una traccia nel modo di, il ferimento e la guarigione comportarono quegli elementi che, dopo di che, il modus operandi dell’artista trasforma l’accadimento in ciclica e infinita narrazione simbolica, ciò che essenzialmente ne risulta, è che l’equilibrio tra realtà dei fatti e realtà narrativa è mediato da, e perciò il disorientamento lungo il viaggio, il trauma, la perdita di coscienza, la febbre, e anche la dannazione del linguaggio e la sua riconversione, il combattimento contro i fantasmi culturali, e finalmente l’approdo, anche involontario e per via fortuita, a una nuova dimensione di crescita e consapevolezza, questi elementi portano un chiaro riferimento a …

… quando incontro un artista un’artista, scusa l’andamento compilativo e pietosamente procedurale di questo incipit, quando incontro un artista un’artista gli le faccio sapere perché mi sento attratto dalla sua ricerca, dov’è che sto impigliando il mio discorso, che tipo di filo sto tirando, e questo è solo un punto di partenza, un’apertura di quaderno, nel tuo caso il quaderno è già aperto, ci si accorda, in relazione a, che fanno un po’ da sponda l’uno all’altro, e a noi insieme, chiedo di affidarmi qualcosa, immagini, opere del passato, delle straordinarie foto in diapositiva di una fase primitiva, compreso il dispositivo per proiettarle, e così sarà, dal canto mio, io farò una cosa su, una fotocopia scura scura, come sono i suoi lavori, ma non so ancora di che, testi, un discorso tra noi, un pomeriggio di riflessioni e chiacchiere con, finalmente realizzatosi, in cui si dicono tante cose interessanti, parla del passato, della scena, degli anni settanta ottanta novanta stop, parla del suo lavoro e degli attriti di tipo metodologico e linguistico, e dei travestimenti, di tipo biografico e mediale, dal canto mio, io scriverò le note a fondo pagina di questa conversazione, un intervento performativo in, da armonizzare con, ti sto scrivendo queste cose perché te le avrei dette se ci fossimo visti, e mi prende l’ansia di non esserci visti, dal momento che assai prossimamente dovremo fornire una, sennò va a finire che, tra spazi e iniziative in concomitanza e la comunicazione da tenere d’occhio, a parte il sito che raccoglierà questi scambi, indicizzandoli per nome, hai già scelto il tuo alter nomen, non vedo l’ora di conoscerlo, sarà pubblico da dicembre e si arricchirà strada facendo, allora, caro, sono a tua disposizione, fammi sapere, tuo, …

… al di là di, sarà dunque una soglia di crisi, reinvenzione, reinvestimento di sé stessi tra esperienza e lavoro artistico, e autodefinizione, uno spazio paradossale che, una volta attraversato, forse non è mai superato per sempre, ma invece chiede di essere ripercorso e tenuto aperto, se non altro nella dimensione della memoria e del racconto, perché il presente ne tragga sensatezza, una certa forma di automitologia, che è qualcosa di diverso dal narcisismo, la costruzione di un oggetto è diversa dalla pura contemplazione dello stesso, fa parte della dialettica tra la persona e la parola, in un campo di azione tra, e il novecento è segnato da, in modo diverso da ma con analoga forza riflessiva, hanno offerto esempi di disponibilità narrativa o, in altri termini, hanno fatto della, uno spazio di ridiscussione della, così come della propria figura, si può pensare a, ma la lista è molto lunga, e in verità nessun artista, la cui ricerca sia di qualche interesse, può esentarsi dal doversi cogliere e autodefinire nello, crisi del ruolo, distacco dai modelli, senso dell’inadeguatezza, perdita e ritrovamento di una tecnica o di un modo di operare, conflitti e negazioni del linguaggio, fase dell’incubo o del delirio, rimedi alla malattia e al trauma, strategie di sopravvivenza poetica, reinvestimento produttivo dell’errore e del male, o del difetto, qualcosa di molto soggettivo, anche di intimo dal punto di vista, e non tanto non solo dal punto di vista morale o psichico, una zona di conflitto e di risoluzione, le cose possono cambiare in meglio e, sia pure per sbaglio, trovare un loro senso, parlare di destino, o almeno di indirizzo, indicare la relazione con un modello di riferimento, una volta che si sia esaurita, dà luogo a, oppure la ricerca di ispirazione e nutrimento in una disciplina che, come un negativo, assorbe totalmente il fare, la psicoanalisi, la mistica, occupare il tempo assai esteso di una inquieta riflessione esistenziale, passare da una tecnica all’altra sperimentando vari livelli di non-essere, essere l’ossessione di un progetto, che sopravvive a, indicare il conflitto con la propria figura, l’immagine, l’ideale, lo scarto miracoloso rispetto a un percorso formativo, tradito a vantaggio dell’arte, non può esistere una definizione univoca per l’esperienza di, ed ecco perché essa va estesa a comprendere prospettive di, ciascuna delle quali potrà inquadrare, un valore non riducibile, di quella zona di, che per qualcuno si è rivelata, infine, un’occasione di, …

… sì, capisco il fatto che lui rappresenta un pretesto, e che stiamo parlando di noi, dei fantasmi che accompagnano l’esperienza, o i desideri, o la necessità biologica, della condivisione, presenti sempre  e dovunque, lui ne aveva di mica male, secondo me, anche io ne ho, e soprattutto ne ho avuto, acuta e dolorosa consapevolezza in una lunga adolescenza in cui tutto ha stentato moltissimo a diventare un terreno potenzialmente gioioso piuttosto che un penoso senso di inadeguatezza e incompatibilità, ma in fondo sono grato a me stesso, a lui stesso, alle sue elucubrazioni e ai suoi intricati fantasmi, perché hanno scavato territori di consapevolezza e di conoscenza, e questo lo sapeva anche sofocle, ma soprattutto perché, alla lunga, hanno lasciato un costante, infantile e letteralmente  meraviglioso senso di sorpresa nel godere del qual-si-voglia, da un dolce sorriso a una bella scopata, che tuttora mi accompagna …

… invito un ristretto gruppo di, a riflettere su, offro la mia disponibilità a raccogliere e ordinare i, sotto la cura e l’interlocuzione di, non si tratta necessariamente di raccontare un’esperienza, né di esporre la propria, nel caso, non scontato, che la si sia riconosciuta e individuata, si tratta piuttosto di arricchire un argomento generale che, però, ha delle connessioni molto forti con l’esperienza individuale di chi, le coordinate all’incirca sono quelle che, sia per metafora che per, ma questo lavoro vuole essere appunto l’occasione per delle definizioni più dettagliate e precise, per quanto possibile, si può contribuire alla riflessione nei tempi e nei modi che si ritengono più agevoli e consoni alla propria sensibilità e strumenti, accettando di prestarsi a una conversazione che potrà assumere forme anche non verbali, per esempio, …

… buongiorno, come ti avevo detto, nel fine settimana avrei avuto tempo per una risposta che, spero, apra a una continuazione del discorso, è tutto in allegato, a parte ciò che ti scrivo, volevo dirti che sarei felice se tu volessi, magari ci vediamo e ne parliamo, ti scrivo in italiano come è nostra abitudine, ho parlato di te a, ho parlato della poesia, della musica e dell’arte, abbiamo insieme pensato di, e speriamo che, e possiamo anche pensare a, anche se per il momento ti chiedo di, e farmi sapere qualcosa al più presto, ti abbraccio …

… di iniziare non ce ne fu bisogno, l’incontro a sua volta era una conseguenza, come minimo era tutto iniziato il giorno prima, credo durante la telefonata, e più esattamente infatti quando parlando ci siamo accorti (mi ero accorto, il plurale arriva dopo) che il lavoro esposto al museo era un incompiuto già in origine, in quanto il suo pervenire a una possibile chiusura concreta del discorso oggettuale (che allora doveva sembrargli davvero dietro l’angolo, con tutta la pressione del gruppo di pensiero artistico) gli fu vietato da una indefinita successione di inciampi, ripensamenti, ritardi voluti a un qualche livello di intenzione del quale/della quale egli stesso non aveva dimestichezza, ma questo non vuol dire, che vuol dire infatti il controllo puntuale dei propri strumenti, non vuol dire niente, si lavora, tu lavori appunto per avere un’idea degli strumenti, avvicinarsi al linguaggio, rendesi conto è la sola finalità, per il resto s’era del tutto lanciato in un vuoto aperto e senza fondo, fiducioso nell’idea, dimenticando di (o non volendo) rispondere alla domanda sulle misure, sia sulle misure dei nomi e dei titoli che avrebbe preso in considerazione al fine di instradare concettualmente l’azione (non era neanche detto che si potesse dire: una azione, visto che comunque la gran parte del lavoro si era già svolta in una officina dove piegavano lo stagno e dove si era già recato con le foto già ritagliate e due barattoli di colla già preparata alterata, quindi l’azione in realtà era proprio la fine del tutto che già era stato, ma comunque rimaneva sempre la messa in esposizione del pensiero) e sia sulle misure vuoi temporali vuoi spaziali vuoi anche le misure semantiche del rapporto a distanza con gli altri lavori, suoi e non suoi, nell’ambito della settimana degli incontri di approfondimento e dispiegamento delle idee arrivate in seguito alla crisi dell’ultima fase durata una decina d’anni, poi le fasi duravano sempre meno …

… lui funge da modello estremo di artista star santo che si inventa una auto-mitologia per poter giustificare procedure e opere che altrimenti, soprattutto agli inizi, non avrebbero incontrato quel favore di un pubblico tanto ampio al quale l’artista ambiva, a questo servono gli incontri, si comincia con la lettura di qualche breve brano, come spunto e per creare l’atmosfera di una recita che, puntellata da alcuni quesiti chiarificatori, per il resto, è libera nei contenuti e nei materiali che, eventualmente, si vogliono portare alla discussione, non si parlerà di lui se non quel poco, o tanto, dipende, sufficiente a prendere il largo, da quella sponda, verso un mare più personale, la metafora marittima va bene, l’obiettivo è ottenere una serie di riflessioni, documentate e su cui si potrà in futuro ridiscutere, circa il proprio essersi spinti nella e oltre la linea di una difficile e critica definizione, qui non vado nei dettagli, la mia, la tua, per chiudere ricordo con precisione una tua risposta data a qualcuno che ti chiedeva ragione di un certo assunto teorico appena esposto, dicesti che avevi scelto di fare l’artista per scansare l’imperativo di dare dimostrazione a tutto ciò che si intende affermare, trovai la risposta perfetta, l’arte come mimesi ingiustificata dei linguaggi è per me una delle verità più costruttive che ci siano, e ben degna di approfondimento, soprattutto per quanto riguarda la non giustificazione, il non dovere della giustificazione, cioè l’essere senza un pre-discorso salvagente, ma appunto l’arte come proprio, come distruzione del salvagente, e semmai l’andare o lo sperimentare la possibilità di essere-e-basta, l’auto-appello di se stessi alla trappola, ecco, se vuoi queste conversazioni possono essere l’occasione giusta per riparlarne, un abbraccio …

… il lavoro esposto al museo non poteva considerarsi ultimato (ultimato è più esatto che finito, avevamo concordato al telefono) nel senso che indubbiamente il lavoro rappresentava l’assunzione di un punto di vista (certo non pittorico, sì, non pittorico, ma chi la faceva più, la pittura), che consisteva in una precisa modalità di comportamento, dove il comportamento è da intendersi come una chiave di lettura esistenziale (corporale non si diceva) delle radicali questioni estetiche che si pongono, che si pongono evidentemente, che si pongono assolutamente, in altri termini la costrizione a interpretare, a interpretare il filosofico (diamo per scontato e generico il filosofico, diciamo come minimo il filosofico) attraverso gli atti, quando gli atti erano sostenuti da una progettualità, anche verbale, che in tutti i sensi aveva sostituito il disegno, e dunque ogni questione poteva/doveva risolversi letteralmente in un certo modo di stare in piedi, quando sceglievi se, per esempio, tenevi i piedi su un foglio millimetrato o su una tela o su un libro, e anche l’oggetto che tenevi in mano significava una chiara chiave di lettura, ma il fatto era (è) che nell’arte l’assunzione di un punto di vista non significava (significa) tanto l’apertura di una prospettiva di un percorso che ti caratterizza, ti individua, ti fa consistere sotto forma di linguaggio in opera all’interno di una comunità (la parola comunità fu tirata fuori non ricordo se al telefono o la mattina dopo, come variabile retorica onorevole di altre parole tutte da vergognarsi, ma io non la condivido), quanto anzitutto l’assunzione di un punto di vista implica la promessa di una chiusura, cioè l’indicazione (anche non esplicita, anche rinviata a un secondo tempo, anche data per impossibile, ma: data) di una ultimità, e nient’altro che questa è la prospettiva che ti comprende e che comprende i tuoi atti interpretativi (nota confusa riportata su un foglietto: vedi il luogo/formato architettonico in rapporto all’affresco, dove la prospettiva giocava un ruolo di liberazione della pittura, neutralizzando la finzione nell’effetto linguistico dichiaratamente teatrale, mentre nel quadro poi, la stessa prospettiva, la pittura la uccideva, l’ultimità del progetto sta dalla parte della parete e non della tela) …

ho avuto grosse difficoltà a identificarmi con la definizione e forse proprio a causa di questa difficoltà ho anche io, a mio modo, costruito una piccola auto-mitologia che mi consentisse di credere che, alla fine, tutto il mio essere andasse (vada) in quella direzione, inoltre ho sempre creduto ad una non-autonomia dell’opera rispetto all’artista, mi è sempre sembrato di essere un attributo essenziale dell’opera, di conseguenza ho sempre pensato al pubblico come ad un insieme di persone a me note, e con le quali fosse possibile, in virtù della conoscenza personale, quel completamento …

… più col ricordo tornavo ai lavori esposti al museo, ora che se ne era palesato quella specie di difetto di ultimazione prospettica, e più mi prendeva la nostalgia del sentimento che avevo provato al vederli quella prima volta, ero lì solo e non avevo la più pallida idea di cosa fossero, ma neanche della loro esistenza sapevo niente, e questo per me significava/significò la tenerezza verso me stesso, più che altro: me stesso, me stesso uguale guardante, cioè osservante l’opera della cui esistenza non sapevo niente, e mi dispiace di dirlo così senza parentesi, ma è proprio esattamente un senso di tenerezza che avvolge me che penso a me che guardavo quei lavori di cui non sapevo niente e mi sento/sentivo che dovevo apprendere per bene i significati di quella esperienza visiva, e mi dispiace di usare la parola tenerezza per parlare di me come guardante, osservante dell’opera, ma è proprio tenerezza la parola, o i sinonimi che potranno far luce sull’esperienza del primo, radicale contatto con l’opera di cui poi avrei appreso il difetto di ultimità, la non chiusura prospettica di cui non sospettavo: morbidezza, mollezza, flessibilità, dolcezza, affetto, amore, premura, delicatezza, sensibilità, commozione, compassione, pietà, rimpianto, carezza, complimento, coccola, effusione, moina, ecco, dovendo scegliere direi: pietà per me stesso che guardavo senza sapere che …

… riprendo il filo di un discorso iniziato a giugno e che finalmente sta prendendo una forma più concreta, te lo ricordo in breve, aggiungendo nuovi dettagli programmatici, il progetto eccetera eccetera la nave maledetta, il passaggio da a, la formazione-in-generale, la messa-in-forma di eccetera eccetera e prende spunto da, nei quali l'artista è assorbito nel ruolo di, il tema dunque è quel che s’è inventato per tirare avanti quando ti chiedono, perché tutto questo grasso di maiale sulla sedia, e quel che il pubblico ha fatto, e anche, più in generale, la forza che questo assicura al soggetto al momento di affrontare delle scelte a mare aperto e senza vento, eccetera eccetera, sorvolo su interviste, visioni, ascolti musicali, offerte libere di, letture, pseudo-letture, i materiali di preparazione a, una conversazione, la prosecuzione di un paio di frasi che tu dicesti, che per te l'arte era una specie di lasciapassare per varcare frontiere testuali di vario genere, scrivere senza dover rendere conto a ...

… non certo tenerezza per l’oggetto, e non perché avrebbe potuto darsi che fosse del tutto prospetticamente spalancato, carente di un punto di chiusura, i punti di chiusura servono per l’appunto a riaprire l’oggetto alla sua generazione, o alla generazione di sé in quanto oggetto sensato di storia, pieno di storia, quasi tutto storicizzato, nella sala a fianco per esempio c’era un’opera di, che conoscevo per fotografia e letture varie, ed era un’opera ormai talmente consumata da un eccesso di storiografia, no, non lo sapevo che l’oggetto opera soffrisse di questa inarrivanza, non dunque una carezza di rimpianto per l’oggetto, ma invece proprio compassione per me come guardante, stante in piedi, prendente una misura di distanza e relazione, prima di tutto oculare ma poi fin da subito anche già mentale, con l’oggetto che mi sorprendeva e pareva significare delle tematiche importantissime, di cui però non ero a conoscenza e mi chiedevo allora, ma che fine hanno fatto questi discorsi nell’arte italiana …

… evidente trasfigurazione di un trauma spirituale, messa in atto di una crisi esistenziale e rito individuale di passaggio, che coinvolge attori e circostanze reali, la parabola dell’incidente occorso all’artista, precipitato in sul finire della, e della vita che gli fu salvata grazie all’intervento di, e alle cure a base di, materiali che entreranno a costituire un basilare ...

… (nota confusa riportata su un foglietto: 1971, muore la pittura, tragedia, roma si riempie di becchini, i becchini fanno avanti e indietro, sezione e galleria, galleria e sezione, quelli della sezione che prima non avevano creduto alla morte della pittura, poi furono convinti del guadagno, l’evidenza del cadavere, la puzza del cadavere, portate fuori il cadavere, buttate la pittura nel tevere, quelli della sezione che prima non avevano creduto alla morte della pittura, poi furono convinti del guadagno, la gente arrivava con le idee, tutti con le idee, la pittura non la vuole più nessuno, la pittura se la fai la paghi cara, le idee sono all’ordine del giorno, invece le idee sono all’ordine del giorno, numero uno: presentiamo le idee, numero due: discutiamo le idee, numero tre: realizziamo le idee, quelli della sezione che prima non avevano creduto alla morte della pittura, poi furono convinti del guadagno, erano contenti, dicevano: avanti i maiali, mettete i maiali nelle gabbie, davano le istruzioni, quelli della sezione davano le istruzioni su come spingere i maiali nelle gabbie e come sistemare le gabbie in galleria, a pavimento, con la pedana, senza, dove, sotto che luce, con che programma, l’azione, l’accadimento, quelli della sezione davano le istruzioni, volevano guadagnare con le idee, la pittura era finita, la pittura non la voleva più nessuno) …

… mito di fondazione del suo destino, specchio per, azzeramento dell’esistenza e sua riformulazione in, il lavoro fu quello di, a salvaguardia del senso, coltivato, ridefinito, tenuto in equilibrio, sistema autopoietico, questo scambio primitivo tra esperienza e simbolo, cioè tra accadimento e linguaggio, che rimanda costantemente all’esperienza, qualcosa accadde che lasciò una traccia nel modo di, dopo di che, attraverso il riuso dei materiali ereditati da, trasforma in, ne risulta che l’equilibrio tra realtà dei fatti e realtà narrativa è mediato da …

… vediamo, vado a memoria, un lenzuolo con su appuntata una fotografia, un lenzuolo di lino stirato, fissato in alto con dei chiodini, steso e lasciato cadere sulla parete con su appuntata la fotografia di una donna, con su appuntate tre fotografie: la fotografia di una donna e quella di un uomo, da una parte, una terza fotografia di un uomo da un’altra parte, un lenzuolo steso e lasciato cadere sulla parete con su appuntata la fotografia di una maschera antica, con su appuntata una maschera antica ritagliata nel rame, a destra del lenzuolo la fotografia di una donna e quella di un uomo, vicine, una terza fotografia di un altro uomo a venti, trenta centimetri, più o meno, vado a memoria, una terza fotografia di dimensioni più grandi che ritrae un uomo seduto su una sedia, seduto composto su una sedia, una trentina d’anni, magro, pantaloni, maglioncino, seduto composto su una sedia, mani sulle gambe, gambe chiuse composte, piedi nudi composti poggiati su un libro di antropologia, bocca chiusa composta, occhi chiusi composti, sulle palpebre calate (che non vediamo) due forme di rame poggiate a sigillo composte, due monete di rame, due cerchietti di rame, la bocca in realtà socchiusa nell’atto di leggere, nell’atto di pronunciare a memoria, le mani tenute sulle gambe composte tengono aperto un libro, i piedi composti stanno nudi e poggiati su un libro per terra, a pavimento, il libro separa i piedi nudi dal pavimento, un altro libro separa le mani …

… stare con gli altri serve a dividersi il compito di parlare …

… (io non ho nulla contro chi portava i maiali in galleria, non vedo il motivo di tanto risentimento, c’è sotto sotto la subìta e mal sopportata censura della pittura, del linguaggio direbbe lui visto che concepisce la pittura come unico linguaggio, ma non riuscire a capire che tutti i linguaggi, pittura compresa, a un certo punto prendono delle strade anche dialetticamente molto estatiche rispetto alla materia storica, storicamente assestata su dei significati e dei modi che declinano l’uno dall’altro, e lui stesso come gli altri non poteva non aver desiderato la fine di quelle declinazioni ormai arrivate, arrivate all’ennesima miseria, la forma faceva vomitare, l’informe lo stesso, non sapevi da che parte girarti, meglio i maiali dico io che lavorare per la televisione, molto ma molto più dignitoso spingere i maiali nelle gabbie, e le gabbie coi maiali fin dentro le gallerie, che non ridursi a fare le sigle per la televisione, e non si sa se quelli che oggi non lo dicono è perché hanno la coscienza sporca o perché non si sono mai accorti di nulla) …

… (sull’inutilità del come e del perché), ormai irritanti le domande su come e perché si diventa, inutili domande che non tendono a nessuna risposta, è proprio la domanda che non vuole la risposta, e anche se è data una certa risposta, allora o spiega troppo o non spiega per niente, come quando si dice che si diventa facendo, spingendo il diventare verso il fare, facendolo dipendere dal fare, quando poi si sa che se si passa all’analisi dei casi singoli, non si finisce più di rispondere, la classica situazione per cui: una risposta è troppo e dieci sono niente, ma in effetti il fare sembra l’unica via d’uscita, sempre meglio che essere, il problema è che il verbo essere ha due possibilità: (1) o è la copertura dell’impensato, ossia uno lo dice senza porre alcuna attenzione al significato di essere, (2) o è una palude senza uscita, ossia uno lo dice ponendo attenzione al significato di essere, però così facendo affonda i piedi nel suolo paludoso e non ne viene a capo, sicché lungi dal trattarsi di un problema relativo alla sola definizione di, è che proprio filosoficamente essere costituisce un imbarazzo per ogni nome, anche se uno dice: io sono una certa cosa, arriverà quel momento in cui monta il sospetto di non essere affatto la certa cosa che si pensava di essere, quindi: punto e accapo, per cui un verbo molto più facile e privo di troppe implicazioni è invece: fare, dal momento che se sono un cretino, non posso ordinare a me stesso di non essere un cretino, mentre invece se faccio il cretino, posso ordinare a me stesso di smetterla di fare il cretino, è evidente che a questo livello è meglio fare che essere, la saggia domanda: ma ci fa o ci è …

… (cos’è più falso: un maiale in gabbia dentro una galleria oppure la sigla di un telegiornale, è più ingannevole: dire alle persone, il maiale è una specie di scultura abituatevi all’idea, oppure dire alle persone, la sigla del telegiornale salverà l’arte dall’estinzione, è più detestabile: uno che suda a spingere un maiale in una gabbia facendo a proprie spese esperienza del peso e del volume della materia, oppure uno che fa l’impiegato digitale del rincoglionimento collettivo e ci guadagna lo stipendio e la pensione, è più da mandare al diavolo: uno che lucidamente affronta la tristezza della definizione e si sbatte per farla finire, oppure uno che festantemente ignora la tristezza della definizione e ci si mette pure la cravatta) …

… (che cos’è una mostra), molto prima di essere un momento di mondanità e di chiacchiere, una mostra costituisce un punto di tensione tra il fare e lo sguardo, la mostra è l’occasione preziosissima in cui il fare si pone il problema dell’oggetto: la forma, il peso, il volume, la disposizione, la comunione, la relazione, la comunicazione dell’oggetto, il fare, infatti, non è sempre oggettuale, ovvero non sempre si reifica in modo da arrivare a situarsi come oggetto di uno sguardo (o qualunque altra azione da parte di uno spettatore, oltre al guardare), esiste un fare che non arriverà mai all’oggetto, solo una parte del fare arriva all’oggetto, una piccolissima parte, una prova di maturità consiste nell’accettare che una gran parte del fare rimarrà per sempre non reificabile, puro flusso immateriale, azione non depositata in alcunché, la domanda è: esiste un fare assolutamente indepositato che non si ponga mai il problema dell’oggetto, …

… (la storia di qualcuno che colloca un maiale in gabbia dentro la galleria lui non l’aveva digerita, ma certamente avrebbe con uguale forza disprezzato l’altro qualcuno, quello che faceva le sigle per il telegiornale e credeva con questo di salvare la pittura (o l’arte in generale), la differenza era però che: mentre lui si trovava nel perimetro teorico ed esperienziale e anche esistenziale e linguistico nel quale qualcuno aveva deciso di spingere un maiale in una gabbia e trasportare la gabbia dentro la galleria, cosa che per lui era motivo di disperazione, dall’altra parte lui non aveva (non poteva proprio avere, lui) alcuna possibilità di contatto né fisico né metafisico con l’altro qualcuno, quello che facendo le sigle per il telegiornale credeva di salvare la pittura (o l’arte in generale), e si può senza dubbio affermare che: se lui avesse appurato o chissà come incrociato l’evidenza storica dell’esistenza di qualcuno che facendo le sigle del telegiornale era convinto di salvare eccetera eccetera dall’estinzione, allora si può senza dubbio affermare che: lui allora avrebbe vomitato) …

… caro, ecco il progetto di cui abbiamo fatto il punto ieri e che partirà, ho chiesto a, di mandarti, entro la prossima settimana, due righe di presentazione per la comunicazione esterna, contestualmente ti avviserò con un sms, ieri sera ho incontrato, che ha accettato con entusiasmo, sono molto felice della, metterà a disposizione anche materiali della sua collezione (in digitale e in fotocopia), è una persona davvero, il suo lavoro di, poi, interseca distintamente le coordinate del, la stanza a fianco della stanza sarà utilissima, allestita la mattina in modo leggero e disallestita la sera o, se possibile, la mattina dopo, renderà possibile la consultazione dei materiali su un pc e in proiezione o in fotocopia, stile copisteria in ordine e un po’ in ombra, saluti …

… poi, naturalmente, la visibilità è affare di chi vede, non di chi è visto, dal che si genera quel senso di miseria e ristrettezza di sé, quando per forza ci si ritrova limitati e insufficienti al veduto, poiché a vedere, il semplice vedere è già un’azione che ribatte e rinchioda sempre nell’al di qua, da cui non si sgarra, il punto di vista spaziuccio da cui si vedono le cose, le opere, le opere a parete, a pavimento, a volume sospeso, a pieni e vuoti, allestite al vedere, fatte e messe apposta al vedere, lasciate lì di proposito al vedere, con l’intento di suscitare il vedere, anche dal nulla, così nel 2013, all’interno di una mostra storicizzante dove il passato appariva quasi ancora in vita e però totalmente inaccessibile, ormai inaccessibile al di là di una spessa parete di tempo trasparente, e in certi casi sembrava un altro mondo, e in altri casi non coincideva con le foto, ed era come inventato, non c’era neanche la polvere, non si vedeva la morte, come tutto fosse successo dieci minuti prima e poi scivolato irrecuperabile in una distanza, il passato quasi abbastanza storicizzato, per ora immensamente significativo, sconfinato, al di là della parete di tempo trasparente che chiude il presente da tutte le parti, come il vedere così pure il presente, e all’interno del presente la mostra, e all’interno della mostra i due lavori che suscitano in me il vedere e mi attraggono fissandomi al punto di vista, appunto, ristretto spazio di sé da cui si vedono le cose, le opere, eccetera, i due lavori mai visti prima, e il nome dell’artista mai sentito, dalla didascalia apprendo che risalgono al ‘73 quando l’artista faceva (usava esprimersi attraverso, si collocava nell’ambito di ricerche e di modalità operative quali, adoperava medium diversi quali) azioni, progetti verbali e fotografia concettuale, e più che altro azioni verbalmente motivate e fotograficamente documentate, ossia collocazioni di sé stesso in quanto corpo statico, prima di tutto pensato e ragionato, finalizzato al dire, corpo stante in piedi o seduto, corpo reggente un libro o un altro oggetto (un oggetto che allude a, un oggetto che proviene da), corpo portante un simbolo, un segno addosso o nelle immediate vicinanze (a contatto, a distanza, in relazione), corpo evidentemente linguificato (in note progettuali, in titoli, in iscrizione didascalica) e successivamente corpo fotografato, e trasferito (oggettualizzato, riattualizzato, ricalcato, tradotto, impresso) in altri medium quali: diverse tecniche incisorie (su carta, su tela emulsionata), la scultura, l’assemblaggio di oggetti, il disegno, segue l’elenco dei temi e delle fonti, la densità degli annodamenti tra simboli ancestrali e teorie strutturaliste, i materiali e il corrispondente valore linguistico (calcolato, previsto, desunto da), una certa inverosimile chiarezza della forma, semplice, sintetica, per niente affaticata dai pesi semantici, che non sono pochi, le due opere attraggono tutta la mia attenzione, così che del resto della mostra non vidi più niente, non volevo che alcunché di altro nella memoria si sovrapponesse all’impressione fortissima ricevuta dai due lavori, che si sarebbe sedimentata nell’immaginazione, a forza di ripensarci e di rifletterci, mettendovi radici, come si crede che succeda, sicché da quella volta, io non ho mai smesso di vedere quei due lavori, e di vedere l’artista mai sentito prima negli unici lavori suoi da me visti, cioè i due lavori della mostra, anche perché non riuscivo a trovare molto altro, né foto né notizie significative che facessero seguito a quelle due sole opere, dunque vedere l’artista significava (ha significato) guardare i due lavori sul catalogo e anche immaginare l’artista, che cosa ha fatto dopo, che percorso ha seguito, che ne è stato di quei materiali così pronti a corrispondere ai valori linguistici, finché una settimana fa, per la prima volta, ho incontrato l’artista, il quale ovviamente non sapeva affatto di essere stato visto per tanto tempo, sono andato nel suo studio dopo averci parlato al telefono, ero molto emozionato all’idea di entrare nello studio dell’artista che mai avevo sentito prima di vedere quegli unici lavori sui quali avevo costruito svariate ipotesi di prosecuzione, scoprire che fine avessero fatto quelle azioni e fotografie concettuali sensibili alla letteratura antropologica e psicanalitica, e allora arrivo, ci salutiamo, l’artista mi invita a entrare, entro, e quando entro, che succede: succede una cosa a cui non avevo pensato minimamente, mi accorgo che la stanza è piena di quadri a olio, sistemati uno appresso all’altro, solo quadri a olio …

… vedere le opere nelle mostre è molto triste, io non penso che le mostre dureranno per molto tempo ancora, le mostre sono destinate a finire, non appena le persone si renderanno conto della tristezza che le mostre comportano, smetteranno di organizzarle e visitarle, sì, parlo per assurdo, ma l’assurdo è una parte così precisa della verità, di questa verità sicuramente, che vedere le opere nelle mostre comporta un sentimento di tristezza preciso, che è preciso e definito come le misure delle opere, non è un caso se ultimamente in certi musei dalle didascalie sono sparite le informazioni su materiali, tecniche e misure, solo hanno lasciato nome dell’artista, titolo e anno, le altre informazioni sono sembrate eccessivamente dolorose da leggersi scritte su una carta attaccata al muro proprio sotto l’opera, un senso di pietà o di vergogna muove il curatore la curatrice a non dire esplicitamente le misure, i materiali e le tecniche, non si può certo far finta che sia il contrario, non si può negare l’evidenza, che le misure fanno parte dell’opera, anche se le misure cagionano tristezza, le misure fanno parte dell’opera, e così i materiali, e così le tecniche, punto, ma evidentemente non per questo la lingua deve farsi complice della verità, e rivelarla per iscritto, quando la verità è di una tristezza così precisa, tacere può aiutare, tacere può aiutare a visitare la mostra più agilmente, se non a cuor contento almeno senza troppi pensieri, a meno che non si prenda una drastica decisione, finalmente l’unica decisione da prendere, licenziare il curatore la curatrice dal momento che l’unico rimedio accertato è separare le opere e le mostre, ossia vedere le opere senza le mostre e vedere le mostre senza le opere, far finire cioè la contiguità, la coesistenza, la coessenza, la connaturazione, la coimplicazione, la coeffettualità, insomma qualche sia il laccio tra opere e mostra, riportare tutto a com’era prima delle mostre, c’è stato un tempo quando le mostre mica esistevano …

… i cinque anni passati a dedurre il possibile futuro di un concettualismo datato ad un’epoca irraggiungibile, sia per pensiero che per esperienza, e molto sbilanciato sul versante verbale e letterario, pur se esente da scritture e pronunciamenti orali, ma appunto una letterarietà trattenuta, affermata nelle fonti e nei percorsi progettuali, e poi però tradotta nell’atto che riassumeva e silenziava il discorso spostandolo sul comportamento muto del corpo fatto oggetto di lingua e di dizione iconico simbolica, sono stati anni di impegno rischioso e al limite del lastrico immaginativo …

… non si possono togliere le mostre, ma non si possono fare più le mostre, tra questi due divieti dovrebbe muoversi chi cura, che curi le opere o che curi la mostra poco cambia, infatti quello che vale per le mostre vale pure per le opere, si può anche dire: non si possono togliere le opere, ma non si possono fare più le opere, il doppio divieto non deve però paralizzare, bensì condurre alla consapevolezza che tutto ciò che si fa o non si fa avrà un prezzo che da qualche parte andrà pagato, e forse è proprio il prezzo la parte più interessante del discorso, ed è difficile dire in teoria che cosa sia questo prezzo che si paga, dov’è che si concentra questo prezzo che si paga, se nell’aspetto materiale o simbolico delle mostre (delle opere) o nella fatica materiale o simbolica delle mostre (delle opere), il prezzo che si paga è qualcosa che risulta solo nella/dalla pratica della ambigua resistenza alle due negazioni, non togliere le mostre (le opere) e non fare più le mostre (le opere), il prezzo allora affiora come una conseguenza del fare quando si è consapevoli di non poter fare e del non fare quando si è consapevoli del dover fare, il prezzo è un dovuto in entrambi i casi …

dicevano, ciascuno di un proprio tempo, dicevano: questo si poteva fare, e quello non si poteva assolutamente fare, così storicamente per esempio dicevano: la pittura si poteva fare, la performance non si poteva assolutamente fare, la performance si poteva fare, l’azione si poteva fare, il collage non si poteva assolutamente fare, la pittura non si poteva assolutamente fare, il disegno si poteva fare, il ready-made si poteva fare, la modellazione non si poteva assolutamente fare, la colorazione non si poteva assolutamente fare, la funzione si poteva fare, la decorazione non si poteva assolutamente fare, l’oggetto non si poteva assolutamente fare, la canzone non si poteva assolutamente fare, la composizione si poteva fare, l’installazione si poteva fare, l’azione relazionale si poteva fare, il concettuale non si poteva assolutamente fare, la fotografia pubblicitaria si poteva fare, la fotografia narrativa non si poteva assolutamente fare, il marmo si poteva fare, il ferro si poteva fare, la ceramica non si poteva assolutamente fare, il ritratto scolpito non si poteva assolutamente fare, il ritratto dipinto si poteva fare, il ritratto fotografico si poteva fare, il paesaggio non si poteva assolutamente fare, la fotografia di paesaggio si poteva fare, la pittura di paesaggio non si poteva assolutamente fare, la geometria non si poteva assolutamente fare, il gesto si poteva fare, la mail art si poteva fare, la conversazione si poteva fare, il progetto politico non si poteva assolutamente fare, il video troppo lungo non si poteva assolutamente fare, il coinvolgimento dell’altro si poteva fare, il discorso analitico non si poteva assolutamente fare, l’introduzione di temi autobiografici si poteva fare, il riuso di materiali personali non si poteva assolutamente fare, il calco di oggetti storici si poteva fare, il cemento si poteva fare, la creta non si poteva assolutamente fare, il neon si poteva fare, la cornice non si poteva assolutamente fare, il multiplo non si poteva assolutamente fare, l’oggetto si poteva fare, il prelievo di materiali si poteva fare, la citazione si poteva fare, il calco non si poteva assolutamente fare, la documentazione non si poteva assolutamente fare, la narrazione orale si poteva fare, stare in silenzio si poteva fare, la pittura su tela non si poteva assolutamente fare, appendere i quadri non si poteva assolutamente fare, l’interazione con l’architettura non si poteva assolutamente fare, la body art non si poteva assolutamente fare, la poesia visiva non si poteva assolutamente fare, il libro-oggetto si poteva fare, la documentazione a parete si poteva fare, la fotocopia si poteva fare, il racconto scritto non si poteva assolutamente fare, il disegno non si poteva assolutamente fare, la foto ritagliata si poteva fare, …

… mentre attualmente la cura si concentra su tre aspetti principalmente: la collocazione delle opere, il ricovero dello sguardo, la discorsività delle opere, tre aspetti riconducibili a una identica preoccupazione: l’ansia di non perdere un chiaro significato del tutto, e si dice anche: leggibilità, dando per scontato che la leggibilità sia una qualità equivalente alla chiarezza, alla sensatezza, all’espressione pacificata con un supponibile contenuto, così prima di tutto la collocazione delle opere va incontro alla domanda generale di scorrimento progressivo delle opere, centimetrate e spinte a significare a forza di dirimpetture e affiancature previdenti, anche rilassanti e soprattutto totalmente dialoganti, l’opera è messa nelle condizioni di non poter non dialogare, pena la sparizione, in un certo senso si richiede serenità e convenienza dello sguardo, è l’ospizio del vedere, che è molto di più della fotogenia, è la relazione immediata dell’opera alla sua didascalia, al breve testo che la spiega, al riassunto delle intenzioni progettuali, un minimo di decenza comunicativa basata sulla comunione dei temi di attualità, per rispetto, per buon gusto, per politica, per il bene di tutti, per un fatto pratico di relazione, se vogliamo, di relazione all’arte e di relazione nell’arte, non si può svuotare l’arte di relazione, la relazione è tutto, che ne sarebbe per esempio delle …

ora è un fenomeno nuovo che occorre tenere presente, il fenomeno è che ormai tutti sanno che niente finisce davvero …

…alla gentile attenzione di, stimatissimo, ebbi l’occasione di conoscerla personalmente al forum dell’arte contemporanea che fu organizzato dal, eravamo in tavoli di discussione separati, ma ci fu modo di scambiarsi un breve saluto durante il quale lei mi diede il suo indirizzo, le scrivo succintamente a proposito di un progetto a cui sto lavorando per, che si basa sulla, e intende coinvolgere un gruppo di persone in una riflessione su concetti propri tanto a, quanto a, in allegato troverà la bozza del, che spero avrà la pazienza di leggere, si tratta, per l’appunto, di un abbozzo di spunti che, man mano che raccolgo e si precisa la disponibilità di coloro che, se lei mi autorizzasse a scriverle di nuovo, potrei più diffusamente parlarle del, e sarebbe per me di grande aiuto, stimolo e indirizzo intellettuale, la possibilità di incontrarla e rivolgerle qualche, grazie dell’attenzione, …

sbarazzarsi delle idee, dal momento che le idee sono diventate asfissianti, ma non sono tanto le idee ad essere asfissianti, quanto propriamente il fatto di avere delle idee e di doversi basare su delle idee avute per costruire l’opera, questo davvero rappresenta la fine, questo è un’infinita malattia che significa che non c’è più linguaggio, questo è una malattia dopo la fine del linguaggio, quindi non si sa neanche che cos’è che si ammala, se non c’è più linguaggio, se per operare occorre formulare un’idea che possa entrare in un comunicato stampa, doversi basare sull’idea avuta (trovata, rinvenuta, inventata) e che riguarda quel tema di cui è accertata l’attuale rilevanza …

… ciao, non ti chiamo perché suppongo che, ma se mi dici che, allora mi piacerebbe sentirci e finalmente riuscire a, intanto ti trasmetto quanto segue, il progetto sta andando avanti, ci sono delle adesioni, al volo: idealismo tedesco, ragiona sull’origine dell’idea romantica di artista, arte-vita-politica, specialista di, si occuperà del buio, della notte cosmica e terrestre come scaturigine ex nihilo del lavoro, lo conosci, su un affare notturno, su certe sue primitive fotografie del nulla, inedite, su vacanza e costruzione del dilettante e del non-impegno, un po’ in filiazione con, edipismo nella famiglia creativa, e comunque commenti musicali, su origine inconsapevole e poi travestimenti biografici e linguistici, probabilmente su mito e religione e scrittura antropologica nell’opera, devo ancora iniziare un dialogo, ma mi ha spedito una lettera di avvio, su assorbimento, trappola, improprietà dell’immagine, e ancora ho scritto a, sul sito della fondazione, per stima, ammirazione, interesse e per via del fatto che, senza contare la sua predilezione per, non mi ha risposto, vediamo che succede, ci sono altri testimoni di, con cui si sta provando a stabilire uno scambio, non deve essere per forza presente, anzi proprio per sviare dagli obblighi, ma certe traiettorie sì, sto lavorando singolarmente con, cerco di curare un, almeno su una questione di interesse comune legata alle tracce disponibili, e poi elaborare una mia riflessione, che è come una dedica, o un’offerta, non necessariamente testuale, può essere anche un gesto o un segno, o la ricollocazione di un lavoro in fotocopia, dipende, cerco di capire, concordare una modalità di intervento, non per forza in presenza, ma anche attraverso un invio di materiali, adesso è importante capire come distribuire, per questo, e anche per spiegarti meglio come, sarebbe ottimo vedersi, fammi sapere tu qualcosa, ciao, ti abbraccio …

la questione delle idee non lo fa dormire, in che modo le idee possano considerarsi la malattia sopraggiunta alla morte del linguaggio, per esempio: della pittura, l’illogica malattia che invece di esser causa del morire, è conseguenza del morire, la malattia da cui dovremmo invece aspettarci la prova del fatto che il linguaggio è vivo, per esempio: che la pittura è viva, e che invece, in modo del tutto irragionevole, in modo del tutto spietato, in modo del tutto scoraggiante, in questo modo come la malattia del linguaggio, assurdamente segue la morte del linguaggio, per esempio: della pittura, ma cos’è che si ammala allora se il linguaggio è già morto, è questo che non si capisce, la diffusione delle idee, l’ingrasso delle invenzioni, la fiera delle trovate, sull’infinitamente triste sepoltura del linguaggio, per esempio: della pittura …

… ciao, forse ti avevo già anticipato qualcosa, relativamente a, per non aver paura del buio dell’arte, sinteticamente, te la riassumo così, adesso al progetto si è aggiunto un tassello determinante, in verità, le nostre passate, e da te bruscamente interrotte, vorrà dire qualcosa questa interruzione, parole che ci siamo scambiati riguardo alla paura di essere, potrebbero ora tornare utili, ma non so che fine hanno fatto, in ogni caso, non sarà necessario riferirsi alla, anche quella degli altri va bene, tanto poi, se si parla degli altri, si sta comunque parlando di se stessi, ne hai conosciuti tanti, ti chiediamo di, e se ti va di, dobbiamo poi incontrarci, perché occorre fare una scaletta e consegnarla entro novembre, ti abbraccio, tuo …

… io non mi trovo a mio agio con la morte del linguaggio, per esempio: della pittura, e la conseguente diffusione delle idee in quanto malattia dell’arte dopo la morte del linguaggio, diffusione delle idee avute nel senso di: inventate, oppure nel senso di: rinvenute e trovate e ripulite, ma anche nel senso di: costruite apposta per far apparire dal nulla un sopravvissuto significato dell’arte, un apparente significato dell’arte, un fantasma di significato dell’arte oltre la morte del linguaggio, ma per esempio: non solo della pittura, è una storia che già circolava all’inizio dell’altro secolo, anzi alla seconda metà del precedente, poi tornata di moda alla prima metà dell’altro secolo, e poi nel ’71 e per quattro o cinque anni in tutto, finché di nuovo sul finire dell’altro secolo e via via fino all’inizio di questo secolo, fino a una decina di anni fa, è un modo inutilmente tragico di rappresentarsi la cosa, una drammaticità che ha qualcosa da nascondere, per esempio: non ci dice di che morte è morto il linguaggio, per esempio: la pittura, nel ’71, di che è morta, di suicidio, di vergogna, di stoltezza, per scadenza naturale, per esaurimento di forze, per fame di motivi, per contagio, per sbaglio, …

… leggo, leggo sicuramente, ti faccio sapere, ho già visto che, me lo ricordo bene, non è che ho bruscamente interrotto, avevo capito intensamente che, tra le tante altre cose, non stare soli, stare all’interno di una sorta di rete, e forse, chissà se la solitudine o la solitarietà significano anche rinuncia, non solo pensare di esserlo e nemmeno soltanto esserlo è una specie di tuffo totale, eccetera, baci, …

… non era mia intenzione suscitare una dialettica e nemmeno un risentimento tanto acuto riguardo al destino del linguaggio pittorico, alla sua estinzione nell’idea o travaso che sempre si profila a parole e gesti, e poi si dà un’organizzazione che dovrà in ogni caso assomigliare alla scultura, alla sua estinzione perciò nell’esperienza fattiva dell’idea che è sempre una scultura, alla sua estinzione quindi nella materia definibile per via di un’operazione dopo l’altra, così come vedemmo a suo tempo, sicché il punto non è affatto la sopravvivenza linguistica della pittura né l’estinzione linguistica della pittura, non volevo porre la questione su un piano così schematico, credo anzi che sia stato un errore fatale assegnare un destino alla pittura, non si capisce perché mai i linguaggi dovrebbero avere un destino, quelli della sua generazione hanno tutti pagato lo scotto del destino della pittura, che era un’idea da burocrati, un’idea da storici dell’arte burocrati, un’idea da storici dell’arte che si guadagnano lo stipendio chiudendo i capitoli e costruendo i finali, mandando in stampa le conclusioni, per vincere i concorsi all’università, i concorsi si vincono con le conclusioni, non credo neanche alla fine di nessuna cosa, mi danno fastidio i discorsi sulla fine, trovo che siano falsità i discorsi sulla fine, …

… la lettura del tuo libro è straordinaria fonte di riflessioni che, fra l’altro, vanno a fecondare una mia recente indagine sul ready-made: l’oscurità che circonda l’oggetto, la vanità del verbo che si incarica di illuminarlo, la religiosità (superstiziosa) della passione, la costituzione drammatica del valore, e sempre in sospetto di illusione o fregatura, il collezionismo come affare/affaire notturno (come dicevi tu), è davvero un intreccio di linee d’ombra, entro cui un senso di perdizione (ebbrezza, fame, furia, gioia, sconforto, vacillamento) è concretamente situato in un luogo e ad un’ora (più o meno) precisi, come ad un appuntamento, mi hai detto che posso attingere dal libro in libertà, fotografandolo e citandolo, io ho pensato di realizzare un breve video dedicato al tuo racconto, ci sto fantasticando, ne ho già parlato a, e nelle prossime settimane conto di lavorarci, sarà questo il nostro scambio, l’omaggio che umilmente rivolgerei alla tua passione, per la quale evidentemente non ci sono possibili misure, notte, tempesta, tenebra, ossessivamente e con esiti di, la trascrizione, china nera su carta, su tela, su legno, una proiezione di diapositive di finestre buie e luoghi vuoti, primitivo, un’artista che lavora sul rapporto tra sguardo, oscurità e pittura (o informe figura), infine, un artista noto perché curiosamente lavorava con le polveri da sparo, dico solo che nel video si vede un fuoco d’artificio, delicatamente e fulmineamente apparso in un cielo di notte, brillare della merce o luccichio ferino nell’occhio del collezionista-mannaro, si potranno in quella occasione proiettare i documenti che tu vorrai gentilmente mettere a, a questo proposito, ecco l’indirizzo a cui spedire le immagini o i testi o quello che …

… impari a cominciare, individui una parte, ti metti da una parte, ti opponi, ti dai un nome, ti proponi, ti assegni una posizione, qui cominci e lì finisci, ti fai segmento, ti fai linea spezzata, parentesi aperta, parentesi chiusa, soprattutto chiusa, c’è una fretta di chiudere dovuta al fatto che solo la serratura stabilisce l’evidenza della storia, oggi sono tutti stregati dalla storia, desiderano essere già morti mentre sono vivi, guardarsi vivere dall’al di là, amare se stessi nel cuore della storia, siamo certi che la storia ha un cuore, siamo sicuri della linea, vedersi amare se stessi nel mezzo della linea, vedersi essere segmento, guarda che bel segmento che ero, lui non aveva paura di essere la morte di se stesso dopo se stesso, questo è davvero il punto …

… ciao, ci sentiamo al tuo ritorno e ci vediamo per una chiacchierata e qualche foto nel tuo studio, puoi rimandarmi le date del tuo rientro, in questi giorni faccio sempre confusione con le date, ciao, ti confermo la giornata del, dopo le, in quella occasione, come ti ho detto, avremo il piacere di ospitare, oltre a te, anche, non appena ci vediamo, presto, parleremo più diffusamente di queste straordinarie compresenze, non aggiungo altro, ciao, so che vi siete parlate e qui mi sento in famiglia, senza bisogno di tante parole, ciao, sono sicuro che la città è ospitale con te, e mi complimento per il tuo ingresso nella prestigiosissima biblioteca, questo non cambierà il tuo impegno, ciao, grazie per l’invio delle coordinate …

… è naturale la vita senza la morte, no, e allora è naturale la pittura senza una fine, no, è naturale la pittura senza pensare alla fine, no, è naturale la pittura pensando la fine già avvenuta, no, è naturale la pittura pensando la fine non già avvenuta, no, è naturale la pittura pensando di smettere di pensare alla fine, no, è naturale la pittura analizzando il momento in cui si sta pensando alla fine, no, è naturale la pittura facendo altro invece che analizzare il momento in cui si sta pensando alla fine, no, è naturale la pittura credendo di poter fare finta di continuare a fare altro invece che analizzare il momento in cui si sta pensando alla fine, no, è naturale la pittura facendo finta di non pensare alla fine, no, è naturale la pittura facendo finta di pensare alla fine, no, è naturale la pittura ripetendo la fine, no, è naturale la pittura inaugurando la fine, no, …

… caro, sono felice che il mio breve scritto possa tornarti utile, ovviamente, come ti dicevo, puoi farne l’uso che vuoi, citarlo riprodurlo fotografarlo eccetera credo che l’unica gentilezza sia solo ricordare che la pubblicazione è della, a loro fa piacere, caro, cara, ecco qualcosa di confuso, più oscuro della linea d’ombra, forse, in realtà parlo di me, mi piace scrivere a ruota libera, ogni tanto, ma comunque  giustamente dovremo rivederci, un abbraccio e a presto, sono libera lunedì oppure la sera, nulla dies sine linea, l’inizio del lavoro, un caro saluto, carissimi, sono felice di essermi compromessa, grazie per i dati che mi invii, la biblioteca offre eccellenti occasioni di studio, intanto, sto ancora meditando sul tipo di immagine da inviarti inviarvi, un abbraccio caro ad entrambi, …

… la ricerca di spiegazioni al crescente dilagare della materia, che fa ormai da destino a ogni pensiero e gesto, non si può dare forma, non si riesce ad arrivare minimamente a una forma creata che subito la forma creata si auto-sdefinisce, prende due strade da una parte o dall’altra dell’ostacolo verbale, da una parte si smateria o dall’altra si immateria, sempre in una fattità concettuale, la quale addirittura, orrore miseria, stava come una vergine delle rocce che intorno e sotto e sopra le pesano le rocce, ma che condanna le rocce concettuate, la ricerca di spiegazioni al crescente eccetera passa necessariamente per il disegno, per la gogna del disegno, per la libertà del disegno, …

… questa lettrice quando studia decora i libri con molti suoi commenti per ritrovarli in futuro, …

(CONTINUA)