Rear Window (Caro Winnie), 2016/2017

 

Winnie si chiamava Winfried, era tedesco e si trasferì a New York alla fine degli anni ’60, quando aveva appena finito l’università. Scriveva, amava la letteratura, l’arte, la musica jazz; si muoveva nel mondo con fare generoso e aperto, e uno spirito di avventura in parte frutto dei tempi. A New York andò ad abitare in un appartamento di West Broadway, a SoHo, che stava proprio di fronte alla galleria di René Block. Winnie frequentava quotidianamente la galleria, dove passavano gli artisti tedeschi della sua generazione, e dove lavorava un suo amico fraterno, con il quale divideva l’appartamento. Quando nel ’74 Beuys vi fece Coyote, Winnie portava su qualche birra e i due si facevano una bella chiacchierata, fumando e bevendo, mentre di là c’era Beuys con l’animale.

Nel 2016 Winnie era in Italia con la moglie Mila, artista di origine italiana. Lo conobbi perché Mila voleva che Winnie studiasse la lingua. Pensavano, prima o poi, di trasferirsi a Roma. Era d’estate. Winnie si presentò con un quaderno e una penna. Non parlava una parola di italiano, ma sorrideva e sembrava capire più di quanto non dicesse. Mila e Marco uscirono per fare la spesa. Io e Winnie facemmo lezione. Al primo incontro, mi si palesò tutta la sua simpatia, il gusto della conversazione improvvisata tra una lingua e l’altra, a verbi e segni, e la brillante velocità nell’apprendere. In realtà, già leggeva delle cose in italiano, e numerose erano state le occasioni di avvicinarsi alla lingua italiana. Winnie aveva il fascino degli uomini che sanno giocare mentre parlano di qualunque cosa. Al secondo incontro, il discorso scivolò sugli anni giovanili, una pratica dei tempi passati, ed è così che venne fuori la storia di René Block e Coyote. Io rimasi come stregato dal racconto. Era la prima volta che mi capitava di parlare con qualcuno che aveva assistito così da vicino, e in modo tanto ‘domestico’, alla performance americana di Beuys. Non avevo un registratore a portata di mano, neanche una macchina fotografica; mi sentii come al cospetto di un’alba bellissima e rara, senza la possibilità di documentare neanche una traccia di quella luce.

Ovviamente mi riproposi di attrezzarmi per la volta successiva. Che però non ci fu, poiché Winnie e Mila rimasero bloccati in Toscana, e poi ripartirono per NY e non ci fu modo di rivedersi. Scrissi allora tre lettere a Winnie, nel desiderio di spingerlo a raccontarmi, magari per iscritto, la storia delle sue visite alla galleria durante Coyote.

Passarono dei mesi di silenzio. Poi seppi che Winnie si era ammalato. È venuto a mancare nel dicembre del 2018. Sono grato a Mila e al destino di avere avuto la possibilità di incontrare uno uomo così speciale. La sua memoria è nel cuore di molti.

 

Caro Winnie,

non tengo le classifiche delle persone simpatiche e carine che incontro nel mio lavoro di insegnante, ma i pochi incontri/lezioni avuti con te l’estate scorsa sono fra le occasioni più piacevoli e umanamente ricche che io ricordi in anni di esperienze.

Confesso che, prima di conoscerti, ero spaventato (in piena estate!) dall’idea di un ‘altro studente americano di primo livello che non imparerà mai la lingua’, ma poi fare lezione con te era sempre un andare in discesa, tutto veniva facile, e gli esercizi che preparavo finivano ogni volta per avanzare (bastava una frase per andare avanti mezz’ora...), che è il sogno di ogni insegnante di lingua...

Penso ancora all’ultima lezione, quando per caso il discorso è finito sulla performance di Beuys (Coyote) e tu mi hai raccontato alcuni ricordi, senza troppo approfondire: la tua amicizia con il collaboratore della galleria di René Block, come era la strada e che tipo di gente girava da quelle parti, le tue visite alla galleria... Io non ero pronto ai tuoi racconti: avrei voluto avere a disposizione una mappa di ny così che tu mi mostrassi il luogo preciso; avrei voluto avere delle foto della performance per chiederti di farne una descrizione in italiano, come esercizio; avrei voluto chiederti di disegnarmi, a memoria, una mappa dello spazio, interno ed esterno, in cui tutto era avvenuto; insomma, avrei voluto approfittare della tua presenza per ricostruire quei giorni attraverso le tue parole e i tuoi ricordi, chiari o confusi poco importa.

E infatti mi stavo preparando per l’incontro successivo, che poi purtroppo non abbiamo mai avuto.

Quella performance, così famosa, non è stata mai raccontata da un testimone. Io adoro questo genere di cose, essendo una parte della mia ricerca artistica: come l’arte si costruisce un’identità e uno spazio attraverso l’esperienza e le parole. (In questo, sento molto vicini i lavori di Mila sui musei e sui frequentatori dei musei.) Pensare a Beuys come a una star (=un santo!) di cui la gente racconta cose vere e cose false, mitologie miste a verità, fino a sovrapporre totalmente il desiderio dell’idolo alla realtà dell’essere umano. Mi piace raccogliere del materiale documentaristico per riportare l’evento mitico alla sua dimensione concreta e temporale, e cioè, inevitabilmente, alla sua dimensione soggettiva. Sei tu il soggetto che può raccontare qualcosa di quell’evento; è la tua soggettività che può restituire un’immagine (dei frammenti, volendo) di quella storia finora scritta dai critici e magari raccontata da tutti quei fanatici di Beuys che, sempre sopra le righe, ti dicono cosa ‘loro hanno sentito pro-fon-da-men-te’...

Dei contorni, dei margini, di quella storia; dei fatti apparentemente meno essenziali; di cosa si facesse in galleria e nel quartiere mentre Beuys stava col coyote, cioè cosa stava di fronte e intorno a quella azione; cosa faceva la gente prima di salire le scale e dopo essere uscita dallo spazio; che tipo di gente girava in quella zona e come l’azione di Beuys veniva vissuta (una stravaganza? un evento importante? ...); di tutto questo non si dice mai niente.

Mi ha colpito anche il fatto che tu abitassi di fronte alla galleria: ho pensato subito a Rear Window, di Hitchcock, anche se quella finestra affacciava su un cortile e non su una strada.

Vorrei farti un’intervista e proporti uno scambio via mail. La mia idea è spingerti a raccontare qualcosa per poi pubblicarlo sul mio sito. Il fatto che tu sia uno scrittore mi dà tranquillità rispetto alla possibile vaghezza delle mie domande. Ma non ti chiedo certo di considerare questa cosa come un lavoro. E tanto meno vorrei che ciò fosse per te un peso o una noia, ma piuttosto un’occasione di divertimento. Stando lontani, potrei proporti delle domande a cui rispondere con comodo e secondo la tua disponibilità; forse un dialogo a distanza diluito nel tempo. Abbastanza diluito da risultare per te leggero e, magari, piacevole. Tu ovviamente potresti rispondere in inglese; mentre io posso solo scriverti in italiano, il mio inglese è troppo debole.

Certamente possiamo pensare a una ricompensa, in termini di lezioni gratuite o inviti a cena. Pensaci, Winnie caro, e fammi sapere. (Grazie Mila per la traduzione).

Pasquale, Roma, 7 novembre 2016

 

Caro Winnie,

ho riunito le domande in 4 gruppi. Sono tante e non devi necessariamente rispondere a tutte. Le ho buttate giù in gran numero solo nel tentativo di stabilire una prima traccia del discorso. Ora tu comincia dove vuoi e, semmai, sarò poi io a risponderti con altre curiosità.

Rispondi ovviamente in inglese e non c’è bisogno di una traduzione. Leggo bene l’inglese e se ho problemi mi faccio aiutare.

Ti abbraccio, p

 

1. [Winnie | New York]

In che anno sei arrivato a NY? Che cosa ti ha spinto a trasferirti in America? è stato facile ambientarti, conoscevi già qualcuno in città?

Dove abitavi e come hai scelto il quartiere in cui abitare? Che tipo di quartiere era e che cosa ti attraeva in quel quartiere? C’erano altri giovani stranieri come te nel quartiere? Chi viveva nel quartiere? Il quartiere aveva delle caratteristiche sociali o economiche? Quali erano nel quartiere i punti di ritrovo (bar, cinema, teatri,...)? Che tipo di gente ci si incontrava?

Come era una tua giornata tipica a quel tempo (se c’era una giornata tipica)? C’erano cose che facevi con più frequenza e piacere?

2. [Winnie | René Block]

Quali erano i tuoi legami con la galleria di René Block? Conoscevi la galleria di Berlino? I suoi artisti (Polke, Richter, Beuys, Fluxus) li conoscevi prima del tuo arrivo a New York? Ti interessava l’arte? Oppure eri legato all’arte contemporanea da occasioni e relazioni sociali (amicizie, conoscenze, inaugurazioni, feste, happening,...)? Per te aveva un significato particolare l’arte tedesca della tua generazione?

René Block aprì a New York nel 1974, proprio con la performance di Beuys. Due anni prima, Heiner Friedrich aveva aperto il suo spazio. Sulla rivista New York, giugno 1974, comparve un articolo intitolato Germans are coming! Germans are coming! riguardo ai galleristi, artisti e collezionisti tedeschi che si stabilivano a NY in quel periodo. Che ricordi hai di quell’atmosfera? Ti sentivi parte di una comunità culturale? Quali erano i tuoi legami con altri tedeschi che vivevano a New York o nel tuo quartiere?

Frequentavi la galleria di René Block? Puoi fare una descrizione dello spazio della galleria (se vuoi, puoi anche disegnare una mappa basata su quel che ti ricordi)? Chi si incontrava in quella galleria? Era un posto aperto, conviviale, accogliente, intellettuale, elitario...? Ricordi qualche mostra che ti colpì particolarmente e ti è rimasta impressa? C’erano altre gallerie nel quartiere che tu frequentavi?

3. [Winnie | Joseph Beuys]

Qual è la prima cosa di Beuys che ricordi di aver visto o che ti ha colpito particolarmente? Beuys insegnava all’Accademia di Dusseldorf a studenti della tua generazione. La tua famiglia, se non sbaglio, viene da Dusseldorf. Hai avuto occasione di seguire una sua lezione? O ne hai sentito parlare da qualcuno che ne aveva un contatto diretto? Negli anni ’60, in Germania, Beuys era noto al di fuori del contesto artistico e accademico? Era già un personaggio pubblico discusso? Era percepito come uno della generazione dei “padri che avevano fatto la guerra”, o nel suo caso non funzionava questo tipo di sovrapposizione? Per te, la sua arte, aveva qualche significato?

4. [René Block Gallery | Joseph Beuys]

Puoi raccontare quel che ti ricordi della performance di Beuys da René Block? Tu abitavi di fronte. Visitavi spesso la galleria durante la performance? C’era pubblico sempre o qualche volta capitava che non ci fosse nessuno? Incontravi persone che conoscevi? C’erano orari di apertura e chiusura? Di notte era chiuso al pubblico?

(Il senso di quella performance è anche nella durata temporale continua della coabitazione tra Beuys e il coyote; eppure riesce difficile immaginare qualcuno che alle 8 di mattina va in galleria e dice: “vediamo che sta facendo Beuys e che succede al coyote...”.)

5. [il quartiere | Joseph Beuys]

Quali reazioni suscitava nel quartiere la presenza di Joseph Beuys da René Block? Se ne parlava in giro? Per strada o nei bar o fra amici? Era conosciuto come artista? Come persona carismatica o di culto? Come era interpretata quella performance?

Caroline Tisdall, critico del Guardian che seguiva Beuys nelle sue operazioni artistiche, nel comunicato della galleria scriveva: “For the Indians, the coyote was one of the most mighty of a whole range of deities. For Beuys the persecution of the coyote is an example of man's tendency to offload his own sense of inferiority on to an object of hatred or a minority... America has many minorities, but the Indians as original inhabitants are a special case in the history of persecution, and the coyote complex continues as ‘an unworked-out trauma towards the Indians themselves.’...”

Tu pensi che questo significato politico fosse compreso e accettato dal pubblico? C’era simpatia per Beuys, per il suo anti-americanismo, per la sua retorica politica? Oppure questo aspetto non era considerato?

 

Caro Winnie,

ti aggiungo degli stralci di una polemica di Benjamin Buchloh indirizzata a Joseph Beuys ai tempi della grande mostra al Guggenheim del 1979. Te la ricordi? Ricordi di aver incontrato anche Buchloh in galleria quando Beuys faceva Coyote? Anche Buchloh è tedesco e abitava a New York, ma non so se nel ’74 era già arrivato. Se te lo ricordi, mi farebbe piacere sapere qualcosa su Buchloh ai tempi di Coyote. Ecco quello che lui scrive su Beuys.

(Mi capita questa frase dello storico dell’arte Benjamin Buchloh, contenuta in un articolo del 1980 pubblicato da Artforum e dedicato alla controversa figura artistica e politica di Joseph Beuys. La ricopio qui in relazione al dibattito sulla Galleria Nazionale di Rooma e al ‘fastidio’ della storia, più che del tempo. È la storia infatti che, scardinata dai riferimenti e privata di riflessioni critiche, si presenta appiattita su un ‘mitico’ non-tempo, dove nessuno muore e però nessuno vive.)

Ahistoricity, that unconscious or deliberate obliviousness toward the specific conditions that determine the reality of an individual's being and work in historical time, is the functional basis on which public and private mythologies can be erected, presuming that a public exists that craves myths in proportion to its lack of comprehension of historic actuality.

The ahistoric mythology of fascism, to give an example from political history, could only develop and gain credibility as a response to the chiliastic and debauched hopes of the starving and uneducated masses of the German Weimar Republic and postmonarchic Italy.

(B. Buchloh, Beuys: the twilight of the idol, 1980 Artforum)

(Alcuni sono molto critici su Beuys come figura ambigua di artista e di politico.

Ho letto, per esempio, che nello stesso anno 1974, ma in un’altra occasione, Beuys arrivando a NY chiese di incontrare un gruppo di femministe, poiché interessato alle idee di questo movimento. Ma la reazione nei suoi confronti non fu sempre positiva da parte del movimento femminista. Beuys fu accusato di avere una visione tradizionale del rapporto tra maschile e femminile

Lo stesso Benjamin Buchloh, anche lui tedesco e anche lui abitante a NY, ha scritto un articolo molto severo su Beuys, accusandolo di idee reazionarie e tendenzialmente fasciste.)

“No other artist also tried and succeeded so systematically in aligning himself at a given time with esthetic and political currents, absorbing them into his myth and work and thereby neutralizing and estheticizing them. Everybody who was seriously involved in radical student politics during 1960s in Germany, for example, and who worked on the development of a new and adequate political theory and practice, laughed at or derided Beuys’ public-relations move to found the Grand Student Party, which was supposed to return an air of radicality to the master who was coming of esthetic age.... Beuys’ existential and ideological followers and admirers, as opposed to his bourgeois collectors and speculators, are blindfolded like cultists by their leader’s charisma. As usual with charisma, this seems to be nothing but a psychic interaction between hyperactive unconscious processes at the edge of sanity and the zombielike existence of supposed normality in which individuation has been totally extinguished, so it seems perfectly necessary to become a ‘follower’ of whomever seems to be alive.”

(B. Buchloh, Beuys: the twilight of the idol, 1980 Artforum)